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Le antenne di Evelina
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 17 luglio 2008
Da quando l’ho incrociata a mezzo biglietto sbagliato di Cicco, vado a cercare Evelina ogni volta che sento i pensieri impolverati. E già il fatto di dovermi inventare ogni volta un espediente per poterla incontrare mi rinsangua il buonumore… prima il violino, poi la colonnetta di Eloisa, poi tanti altri oggetti negli anni che io stesso avrei potuto riparare, alla fine ho esaurito tutte le sue possibilità d’intervento. Non che si avesse bisogno di scuse… è solo un piccolo esercizio estetico, giusto per il gusto d’incorniciare il tutto… per dare una ragione a cose che non avrebbero bisogno di ragioni. Qualche volta non la trovo lì al suo posto e da questo intuisco che forse c’è eccedenza di bisogno mio di lei e lei, che ha lunghe e affusolate antenne, percepisce a distanza il peso del mio desiderio e da questo e da me stesso mi libera non facendosi trovare lì nella cavernina. Trattasi di altra specialità che chiamo Evelina, perché altro nome non so dare.


mm e ndf, Il LA perfetto, 2006.

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permalink | inviato da Max Maraviglia il 17/7/2008 alle 12:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Graziana M. e le piccole preveggenze
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 16 luglio 2008
(...) (e chi potrebbe dire mai che codesta figliola è cieca? Cammina da sola, ha gli occhi aperti e stranamente luminosi, sembra che attraversi gli oggetti, non ne incappa uno. Come fa? E poi, maigòdness, quanto sei carina! Ma quanto sei carina! Adesso vengo lì e ti mitraglio di baci, ma non è possibile, sei troppo, troppo uno zucchero! E adesso  che dovrei fare, eh? Che dovrei fare? Prenderti e abbracciarti e sprofondare nel buio dei tuoi occhi? E si può fare questo? Eh? Oppure? Eh?...)

- Carmatore! (ecco riapparire Occhiochiuso sulla soglia del suo studio)
- Eh?
- … Graziana, i signori sono…
- Beniamino Carmatore, incantato (letteralmente, ma non posso mica dirlo… le tendo la mano e lei come se la vedesse, me la stringe di una stretta giusta di tempo, d'intensità, di tasso igrometrico e di temperatura)… ci sarebbe anche Carlo Soma, ma adesso è addormentato…
- Benissimo, io le presentazioni le ho fatte… ora, se mi volete scusare… mi saluti Carlo, gli dica che per la settimana prossima l'aspetto per il controllo… che poi, detto tra noi, ma che ha da controllarsi?…

Carlo gracida imbarazzantemente, Ermengarda digita qualcosa alla tastiera canticchiando, l'aria condizionata ronza, il resto è silenzio. Ed io sudo. Dovrò dire qualcosa ma di fronte a tanta graziana i miei interessi hanno subito una brusca deviazione: devo ricondurmi al motivo originario di quell'incontro e lo faccio con un certo sforzo…

- Ecco... ho voluto conoscerti perché ho visto le cose che ha costruito qui tuo fratello.
- È bravo mio fratello…
- È bravissimo. Tant'è che vorrei conoscerlo…
- Perché?
- Perché? (già, perché voglio conoscerlo?)
- Perché ti piace conoscere persone che fanno cose interessanti e belle…
- Ecco, penso per questo. E…
- Vuoi sapere dove lo puoi trovare…
- Esatto (bellina, bellina e perspicace!)
- Ti avverto però che non è facile né raggiungerlo né parlargli…
- Perché?
- Vuoi l'indirizzo?
- Se possibile… dimmi
- Allora: via del poggio incantato, senza numero.
- Senza numero?
- Non serve…
- E… a che ora posso trovarlo?
- In genere dalle sette a mezzanotte di tutti i giorni domenica inclusa
- Figlio di Giove! Ma non riposa mai questo ragazzo?
- Lui non si stanca mai… come te…
- Già… (come me? Come fa a sapere che è come me?) Scusa Graziana, come fai a sapere che non mi stanco mai?
- L'ho sentito da come mi hai stretto la mano
- Ah… (che avrà voluto dire?)
- Il tuo amico Carlo dorme ancora…
- Eh?… Ah, sì, dorme ancora… (Vabbe’, questa è facile: sa che c'è un'altra persona, sa che dormiva, non la sente e dunque sa che dorme ancora)
- È malato
- Sì, crede di essere malato
- No, è malato
- Sì? (come fai a saperlo?) E di che?
- Non lo ha ancora deciso…
- (ma cosa dici, piccolina?) Allora quando si sveglia glielo dico.
- Non dirgli niente, non c'è bisogno.
- Non dico niente.

e a questo punto m'inonda d'un sorriso a perdita d'occhio, mi tende la mano

- Allora, grazie…
- (grazie? e di che?) Grazie a te. Spero di rivederti presto
- Ci rivedremo.

Ci congediamo e per un attimo avverto l'inquietante sensazione che mi abbia voluto dire qualcosa, che sia una giovane lettrice di pensieri e che pertanto, abbia letto anche il mio sguardo pullulante di voglie minuscole, fatto sta che si gira e infila decisa il corridoio che porta alla sediovìa. Carlo intanto si è risvegliato, salutiamo Ermengarda e ci avviamo per le scale. Visto che uno smollabretelle come il Soma mai e poi mai si servirebbe della sediovìa. Diavoletti! Dov'è che ho messo il biglietto con l'indirizzo di Gino M? Non scherziamo, un biglietto può cambiare le storie…

mm e ndf, Il LA perfetto, 2006.


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permalink | inviato da Max Maraviglia il 16/7/2008 alle 23:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
Dal frullodecoder a Graziana M.
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 14 luglio 2008

- Signora, mi scusi… cos'è quest'oggetto?
- Quale?
- Questa specie di frullatore che ha accanto al computer…
- Ah… serve per avere il controllo di quello che appare sul monitor…

"Sì ma in che modo", gli chiedo incuriosito al limite della crisi di disidratazione. Mi risponde che lei avverte leggeri soffi d'aria su una  zona molto sensibile anzi, erogena (ma guarda che faccia fa quando dice erogena!), situata dietro l'orecchio all'altezza del lobo e che queste piacevoli raffichette, utilizzando un codice simile al morse (forse), le segnalano cosa il display del computer visualizza attimo per attimo. Figure comprese…

- Figure comprese?!?
- Già…
- E come è possibile?
- È un tantino complicato da spiegarle ma le faccio un esempio: un soffio prolungato d'aria calda mi dice che c'è una predominanza d'arancione nella figura. Il movimento del soffio mi traccia il contorno della figura; quanto ai dettagli, li ricostruisco per immaginazione…
- E…
- Funziona perfettamente. Tutto collaudato.

Inutile dire che entrambi i lavori, trasmettitore e orecchino-ricevitore, recavano la stessa ossessionante firma: GINO M. Soma intanto era arrivato al suo quarto Alka Waltzer corretto al Sopranyn ("buono, buono, vuoi assaggiare?") poi s'era accasciato come un bufo supergasato sul divano quando all'improvviso sott'occhi vedo una luce apparire ed anche Ermengarda, per quanto cieca, l'avverte, tant'è che non ho neanche il tempo di alzare lo sguardo che il donnone biondo esclama…

Ah, ecco finalmente Graziana…


(continua)

mm e ndf,
Il LA perfetto, 2006.


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Terza apparizione di Gino M.
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 12 luglio 2008
Sì, avrò fatto anche la figura dell’inceppato ma alla fine Occhiochiuso ha parlato. In breve: gli irripetibili marchingegni di cui il Guardascione gode (ve ne sono molti altri, come poi dopo ho avuto modo di verificare) sono il frutto del lavoro di Gino M., che, essendo sufficientemente povero, paga la retta della sorella Graziana, diciassette anni, spendendo parte del suo tempo e del suo talento nella costruzione di oggetti mirabolanti che poi restano di proprietà dell'Istituto.

- Deve essere molto alta la retta…
- Ma no. Una piccola somma annuale, peraltro obbligatoria solo per famiglie da un certo reddito in su. Il nostro Istituto si sorregge con donazioni private, gli sponsor di alcune aziende lungimiranti e la vendita di prodotti artigianali realizzati dai nostri ospiti. È Gino a credere di dover pagare la retta ma di fatto potrebbe anche farne a meno.
- E nessuno glielo ha detto?
- Ho cercato di spiegarglielo ma lui ha fatto capire coi fatti che intende pagarla comunque. È molto riconoscente verso la nostra struttura e noi, dal nostro canto, apprezziamo i suoi lavori. Siamo in sana reciprocità.
- Possiamo conoscerlo?
- Credo di sì… non ho l'indirizzo preciso ma penso che potremmo chiederlo a Graziana… potreste avere un attimo di pazienza?
- Anche trentadue…
- Senti Pino, non è che avresti un'altra Alka Waltzer? Buone come le preparate qui, non le trovo da nessuna parte…
- Senz'altro…

(alza la cornetta, digita un numero interno TUUU… TUUU…)

- Dica dottore…
- Ermengarda la prego, le spiacerebbe chiamare un attimo qui in direzione Graziana Emme?
- Subito dottore…
- Grazie Ermengarda (Soma gesticola)… ah, cortesemente Ermengarda, le dispiacerebbe un'altra Alka Waltzer? (Soma gesticola gesticola)…
- con due gocce di Sopranyn… (Occhiochiuso annuisce paziente)
- … con due gocce di Sopranyn?
- …
- Ermengarda?
- Si, dottore?
- Ha capito?
- Certo dottore. Sono cieca, non sorda.
- Grazie Ermengarda (posa la cornetta) allora, vi dispiace accomodarvi in segreteria qualche minuto?
- Volentieri…

Ci siamo accomodati, abbiamo atteso e intanto ho avuto modo di strabiliarmi ancora un poco: dall'orecchio dell'Ermengarda, un donnone biondo con una faccia da bambina, pendeva un orecchino e fin qui niente di strano. Quando poi a guardare bene mi sono accorto che si trattava di una valvola a farfalla di un carburatore marca  dell'orto, su cui era innestata una lamina sottilissima che vibrava in maniera appena percettibile, ho ricominciato a sudare con grande copiosità, e ancor più quando ho notato, accanto al tower del computer,  un vecchio frullatore marca Girini da cui erano state asportate le palette per fare posto a tre sottili lamine metalliche, del tutto identiche a quelle fissate sull'orecchino, che ruotavano lente… lente… lente…

(continua)

mm e ndf, Il LA perfetto, 2006.


Chi è Gino M.
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 11 luglio 2008
Nel frattempo Carlo preoccupato del mio sguardo latitante chiamava il suo psichiatra di fiducia...

- Guelfo, come stai? Anche io. Ascolta: ho qui ho un amico che da mezz'ora sembra avere perso conoscenza e continua ad andare su e giù per l'ascensore del Guardascione. Che devo fare?

Smonto d'un balzo gli stratto il nokino e chiudo.

- Mi hai fatto preoccupare!
- Perché?
- Stai da un’ora quasi ad andare su e giù per questa cosa senza dire una parola!
- Questa cosa? Una parola? Non ti rendi conto della meraviglia di quest'oggetto, NO? NON TI RENDI?
- Ma perchè ti agiti, che ti poi sale la pressione?
- GINO M. Chi è GINO M.?
- Cosa vuoi che ne sappia io chi sia questo benedetto Gino M.! Adesso lo chiediamo a Occhiochiuso che ci sta aspettando da un'ora, un'ora che l'ho chiamato! Mi fai fare certe figure.
- "GINO M.". Mi deve dire chi è "GINO M."

Pino Occhiochiuso in realtà non ci stava aspettando perché aveva altro da fare. Vecchio filiforme miope gentiluomo, ci fa accomodare (Soma prima di sedere si guarda la sedia e se la spolvera ma quello non ci fa caso anzi gli offre persino un kleenex: si vede che lo conosce bene)

- Allora, in cosa posso esservi utile?
- GINO M.
- Che ha fatto?
- Chi è?
- Ah, è il ragazzo che ha costruito l'ascensore monoposto, lo stereo stocastico e qualche altro marchingegno per questo Istituto. Non so se ha visto…
- Ho visto. Per questo che le chiedo chi è
- Le interessano le invenzioni di Gino M?
- Assolutamente irripetibili, dottore. Irripetibili.
- Lo penso anch'io. Quel ragazzo ha un talento straordinario, peccato che...
- Cieco?
- No, lui ci vede benissimo. Sua sorella è nostra ospite… cosa posso offrirvi?
- Un Alka Waltzer corretta con due gocce di Sopranyn
- Allora… il solito per l'amico Soma e per lei? Mi scusi, ha detto che si chiama?
- Beniamino Carmatore… grazie non prendo niente. Chi è Gino M?
- Ma è ossessionato lei da Gino M.!
- No no, è che… è che…
- …che è?
- Chi è Gino M.?


(continua)

mm e ndf, Il LA perfetto, 2006.

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permalink | inviato da Max Maraviglia il 11/7/2008 alle 23:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Seconda apparizione di Gino M.
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 7 luglio 2008
Attaccate a una lunga e robustissima catena, una schiera di sedie di quelle in legno di faggio e metallo che si usano a scuola, salgono e scendono senza sosta attraversando, per ogni piano, due fori circolari (uno per la discesa ed uno per la salita). Ogni foro è recintato da una specie di balaustra: praticamente una funivia verticale di sedie scolastiche. Ed ogni balaustra è munita di una sbarra che resta bloccata fino a quando la sedia successiva non arriva in posizione utile ad accogliere le natiche del passeggero, che in questo modo resta garantito da ogni caduta accidentale nel foro di scorrimento.

I CLAC segnalano ai ciechi l'attraversamento dei vari livelli. Ogni tre CLAC, un piano. Se, distratti, si dovesse perdere il conto dei piani, niente paura, ci si fa un giro completo dell'edificio comodamente seduti, passando pure per il terrazzo, dove attraversando un grazioso gazebo a larghe vetrate dipinte a mano (inutile dire: a firma GINO M.), la catena dà il giro. Mi faccio quattro vasche assolutamente estasiato senza scendere mai, dal terrazzo al cantinato al terrazzo, in loop. Al quinto, forse stimolato dalla vista di Pino Scognamiglio che saluta cordiale scorrendo verso su mentre io scendo giù, comincio a concentrare l'attenzione su alcuni dettagli. Anzitutto, non c'è uno che fosse stato uno, dei componenti di quella macchina, a non essere il riutilizzo di qualcos'altro. I motori che mandano avanti la catena sembrano essere quelli di due lavatrici industriali (presumo modificate), una nel sotterraneo e una nel gazebo sul terrazzo, la catena entra in un fianco della lavatrice ed esce dall'altro; l'oblò, al quale è stata saldata una corona dentellata simile al timone di una piccola nave,  gira. E la catena? Va. Le sedie, con ogni probabilità, recuperate dallo scantinato dell'istituto. La catena doveva avere conosciuto un àncora ed un battello tempo addietro. Le balaustre dei vari piani fatte con pezzi di cancellate, recinzioni, spalliere di letti anni trenta, termosifoni, griglie di ventilatori, graticole da barbecue. Il tutto armoniosamente saldato insieme a formare una splendida scultura post postmoderna per ogni piano. E su ognuna di queste sculture il segno dell’Ignoto, a volte ricavato dalle piegature del ferro, a volte disegnato con un còrdolo di saldatura, a volte inciso col flex:
"GINO M."

Ero rapito.

(continua)

mm e ndf, Il LA perfetto, 2006.


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permalink | inviato da Max Maraviglia il 7/7/2008 alle 11:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
L’apparizione di Gino M. al Guardascione
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 4 luglio 2008
[…] Insomma ero a pranzo col Soma cercando di skyppare l'enciclopedia medica che ha mandato a memoria anni fa e che rappresenta la sua modalità di default per linkare il prossimo, quando la mia attenzione veniva catturata da un grosso oggetto posto al fondo della sala: all'apparenza sembrava un vecchio frigorifero pieno di tubi che uscivano e rientravano nelle fiancate, sormontato da una batteria di cornette telefoniche di bachelite nera, di quelle usate sui telefoni di mezzo secolo fa. Avevo intanto notato che la musica nella sala era uniformemente diffusa ma in maniera così omogenea da sembrare di essere avvolti in un altoparlante: in qualunque punto mi spostassi, questa non cambiava di intensità né di timbro pur conservando la profondità, sembrava sgorgare direttamente dalle brocche dell'acqua, dai piatti, dai bicchieri, sicché ne accostai qualcuno alle orecchie: sissignore, sgorgava dalle brocche, dai piatti e dai bicchieri. Una specie di tecnodiavoleria che immediatamente intuii avesse a che fare con quella strana macchina che avevo notato prima. Mi alzai per avvicinarmi cauto all'apparecchio, con inutile circospezione (chi poteva mai vedermi?) e nell'avvicinarmi mi accorsi che dalle cornette fuoriusciva un sibilo simile ad un leggero soffio d'aria su cui modulava una vaga sensazione di musica. Senza dubbio, chi aveva architettato il marchingegno, aveva trovato il modo di far vibrare il vetro a distanza sfruttando il principio delle risonanze. Sì, belli fatti… ma come? Col mio cacciavitino svizzero da cerimonia tentai di aprire quella macchina diabolica ma la porta era saldata. Cercai il cavo di alimentazione. Non c'era. In compenso, in un angolo del frigorifero vidi una specie di firma incisa nel metallo:
"GINO M."

Gino M.?
Sudando iniziai a studiare: perché non riuscivo a capire quella macchina? Tornai al tavolo cercando di distogliere Carlo che intanto aveva continuato a monologare su una guarigione miracolosa di un unghia incarnita occorsagli un' estate fa…

- … Va bene Carlo. Adesso l'unghia sta bene. Ascolta…
- Sì ma è cosa da non credere: capisci che avevo anche prenotato per il day hospital?
- Sì va bene. Conosci qualche responsabile di questo posto?
- Certo che sì. Li conosco tutti. Perché, vuoi iscriverti anche tu? Faresti bene, non si sa mai. Da quanto tempo non si va da un oculista, eh? Dài, confessa…
- Senti Carlo, devo parlare assolutamente con qualcuno di qui.
- Capisco il tuo timore. Andiamo dal dottor Pino Occhiochiuso, è il direttore, è amico mio.  Sarà contentissimo di avere un nuovo socio sostenitore…
- Gino M. Chi è Gino M?
- … e tu un giorno mi ringrazierai…

Ci siamo avviati verso gli uffici amministrativi. Alla vista dell'ascensore, riprendo nuovamente a sudare come un fontanino di primo ginnasio.

CLAC-CLAC-CLAC-FSSS… CLAC-CLAC-CLAC-FSSS…


(continua)

mm e ndf, Il LA perfetto, 2006.

Delvedere
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 30 giugno 2008
I ciechi mi hanno sempre affascinato. Da piccolo - ma credo che chiunque abbia fatto questo gioco - chiudevo gli occhi per vedere se riuscivo a camminare al buio. Ne ho collezionati di bomboloni sulla fronte e sulle rotule. Mio nonno Oreste mi diceva sei scemo ma poi quando gli spiegavo cosa facevo, allora ci provava pure lui. Giocavamo a fare i ciechi e credo che la cosa gli sia risultata utile quando poi cieco lo è divenuto per davvero. Bubboli a parte, cercavo di capire cosa vedessero i ciechi, sentire come sentono i ciechi, tastare i pensieri di un cieco. Pensieri più densi, voci più dense, qualcosa di più denso hanno i ciechi. È così. Quando qualcosa viene meno ecco che se ne potenzia un'altra, perché la giusta quantità del sentire possa nuovamente equilibrarsi ed esprimersi nel pieno delle sue possibilità. Questo è quello che dice Max…

- L'organismo, fin quando può, compensa sempre, si autoripara molto più di quanto non si potrebbe fare con interventi esterni… e se l'organismo non può riassorbire la sua disattenzione, è molto difficile che altri possano qualcosa…

Insomma, Max, da grande medico quale è, dice che la malattia se è guaribile, guarisce da sola e se inguaribile, è inguaribile…
Ma insomma, un medico che dovrebbe fare?

- Osservare, cercare di capire e amabilmente conversare per aiutare a capire anche il diretto interessato quale opportunità di conoscenza la malattia stia cercando di offrirgli.
- E basta?
- In certi casi, tentare l’agevolazione di un miracolo che qualche volta, per benevola congiuntura superna, riesce, alla faccia dei miscredentes…

E questo è Max. E per questo si chiama Fantastico.
 
Carlo Soma non è dello stesso parere. Lui ha fede infinita nel Camice Bianco e terrore da fine millennio per ogni malattia. Dell'ipocondria ha fatto uno stile di vita e se avesse potuto, ne avrebbe fatto una professione. E così, quando l'oculista gli ha diagnosticato un inizio di presbiopia, è corso alla Fondazione per non vedenti Guardascione e si è iscritto come socio sostenitore dice non si sa mai. La settimana scorsa ha tanto insistito perché lo accompagnassi al Pranzo di Beneficenza offerto dall'Istituto e io sono andato e bene feci, perché vidi cose che mai avrei potuto immaginare di poter vedere…


(continua)

mm e ndf, Il LA perfetto, 2006.
 

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permalink | inviato da Max Maraviglia il 30/6/2008 alle 22:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Noia da abbaglio
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 12 giugno 2008
Non so se un giorno i miei racconti riusciranno a tenere col naso per aria un bambino, incollato alle mie parole, fino a farlo sprofondare nel sonno. Per questo, quando posso, cerco di fare quello che faccio con la massima attenzione, di modo che poi possa ricordarmi qualcosa da raccontare. Cose essenziali, da modello/base - il caffé, per esempio, la piega ai pantaloni, la scelta degli ingredienti per cucinare una pietanza, l’incollatura di un francobollo, la risposta a una domanda occasionale - ma fatte nel migliore dei modi, come cose straordinarie, visto che tutto ciò che un tempo sarebbe stato reputato straordinario è ormai così abbagliante e rumoroso da non vederlo né sentirlo più. Questa è la noia, che temo più della peste. Resta allora da esercitare un pizzico di talento nel rendere le cose straordinarie, quelle che guardi sempre, che per vedere devi chiudere un attimo gli occhi, poi li riapri… e le cogli di sorpresa in una posizione diversa da come le avevi lasciate.

Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.


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permalink | inviato da Max Maraviglia il 12/6/2008 alle 0:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Le voci delle cose
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 23 maggio 2008
[…] Poi col tempo ho iniziato ad intuire l’esistenza di un genere femminile che oserei definire “trasversale”… sono donne che non hanno epoca e nemmeno un’età… cambiano le mode, i modi, i sentimenti, le pulsioni ma loro sono lì, presenti come un suono essenziale che non appena cerchi di chiudere anche con un solo aggettivo, ecco che sfuggono ad ogni definizione. Sono anime fluenti, le riconosci dal fatto che non sono riconoscibili se non dal fatto che non sono riconoscibili. Forse sono più di quante non si creda ma proprio perché di rado si lasciano scorgere, di rado ne incontri ma ne basta una sola e le hai poi conosciute e respirate tutte. Io quella che ho incontrato si chiama Evelina e col suo nome adesso chiamo tutto ciò che non può avere nome.

Evelina è un effetto annoso della scarsa perizia di Cicco nel prendere indirizzi a penna. Mi segnalò un giorno il caso di suo cugino Nunzio il fotocopiatore al quale regolarmente smolla – ancora oggi - etti di manoscritti suoi per farseli fotocopiare. Gratis, naturalmente. Così giunse il momento di sdebitarsi. Attraverso le mie capacità riparatorie…

- Beniamino quando hai un momento… (grufola nel portafogli che è un vero portafogli, nel senso che dentro ci tiene solo foglietti smandrappini, poi tira un vecchio biglietto scaduto con annotato a matita un indirizzo illeggibile e me lo porge)

- Che devo fare?

- Dovresti andare a fare visita a mio cugino…

- Perché?

- Si è rotta una vecchia fotocopiatrice e nessuno la riesce a riparare

- E io che dovrei fare?

- La devi riparare!

- Io?

- E chi, io? Dài che ci dobbiamo sdebitare…

- Ti devi sdebitare!

- Fà lo stesso fà lo stesso… è un gioco di reciprocità a largo raggio…

- Cicco, con questa storia della reciprocità a largo raggio mi hai rotto…

- Ripàrati. Dài, quando puoi. Questo è l’indirizzo…

Via Campegna 21… sta scritto 21 o è 31? Grafia di cacca che hai Cicco… scusi il 31? Non esiste 31… allora è ventuno… 27… 25… 23… ventuno! Non mi dà l’idea di essere una fotocopisteria… va beh, entro e chiedo. Che è, un rigattiere? Musica… Gluck, mi pare… Orfeo ed Euridice? Mi pare… C’è nessuno?

- Permesso… buongiorno…

Non c’è risposta. M’inoltro nella cavernina dove nel fondo intravedo una figura in camice, cuffia e mascherina da chirurgo china a strofinare con delicatezza una vecchia cassettiera. Non voglio disturbare… qui Nunzio il fotocopiatore non c’è… vado… di spalle la voce mi raggiunge: è voce donna

- Cerca qualcuno?

- Eh? Si ma… non volevo disturbarla, buongiorno…

Cala la mascherina, via la cuffia ed è un’esplosione di capelli neri…

- Buongiorno a lei

- Cercavo… (chi è che cercavo?)

Pausa. Lunga pausa. Ho il tempo di benedire la pessima grafia di Cicco che suo malgrado mi ha condotto al cospetto di questa piccola folgorazione che adesso mi sorride, poi mi scruta socchiudendo gli occhi, poi sorride ancora…

- Ci conosciamo?

- Ci conosciamo? E sì che ci conosciamo! Ora mi sfugge dove… non saprei… forseeee… (non mi sovviene niente. Invento?)

- Non ha importanza

- No…

- Posso esserle utile?

- Utile? Oh sssi. Cercavo il numero ventuno…

- Il Numero ventuno è questo… chi cerca?

- Cercoo… (leggo) Centro Copie Cornucopio 3000 di Falso Nunzio.

- Non è qui mi dispiace.

- Ne avevo il sospetto… Vabbe’, avranno sbagliato a darmi l’indirizzo… si legge male… la grafia di certa gente… (la folgorazione coglie graziosamente con le sue sottili dita il cicchico biglietto smandrappino che agito nell’aria)

- Permette? (legge e sorride) Ecco l’equivoco. C’è scritto via Campegna, qui siamo in via Compagna

- Sono nel posto sbagliato…

- Direi

Direi di no. Cicco, suo malgrado, mi ha dato un indirizzo giusto. Mi dispiace per Nunzio il fotocopista. Come posso prolungare la mia presenza al cospetto di colei? Non posso.

- Va bene così

- Se lo dice lei

- Scusi ancora il disturbo

- Nessun disturbo

- Allora… le auguro una bella giornata

- Anche a lei

- Vado…

Vado vado vado… ma dove vado che sono al posto giusto? Vado… aspetta! Qui magari la trovo… la cerco da una vita e non la trovo…

- Vendete cornici?

- Cornici?

- Cornici, cornici!


Ella avanza esitante nel passo quanto nella risposta

- ...No...

- Peccato… allora… di nuovo…

Sto per varcare l’uscio, quando la donna, inaspettatamente…

- Aspetti!

- (anche un eterno, se vuoi)

Appesa a un dito ha la cornice

- Questa le andrebbe bene?

- Perfetta… (davvero, è perfetta, in forma e misura)

- Le piace?

- Moltissimo. È proprio lei… Quanto le devo?

- Niente

- Perché niente?

- Perché non vendo cornici… questo è un pezzo che mi ha lasciato una cliente… gliela regalo.

- Mi mette in imbarazzo…

- Perché imbarazzo? La cornice con lei ha trovato un valore e il suo errore di lettura le ha fatto trovare una cornice… è un bel cerchio, no?

Così, il primo fiorire di Evelina nei miei giorni si lega all’immagine di un cerchio e alla cornice per la foto dei miei amici, in un giorno di allegrezza, al podere di nonno Oreste. Che nome si può dare ad una cosa bella e musicale come questa?


Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.



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permalink | inviato da Max Maraviglia il 23/5/2008 alle 23:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L’Amico Superfluo
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 16 maggio 2008
Non ho paura di perdere gli amici, però mi piace coltivarli. Anche quando sembra che non funzionino bene. Peppe Cavanza è uno di questi. Lui è uno che il senso delle misure non le ha proprio registrate, ma dalla nascita. La madre racconta che andava a sbattere ogni volta col triciclo in faccia alle pareti e anche da adulto, continua a non sapere mai quando frenare. Al suo attivo vanta già circa quindici incidenti di entità varia e per questo quando usciamo nessuno più ormai da anni vuole andare in moto con lui. Ci ostiniamo a chiedergli di rinunciare alla guida, ma il problema è che se l'auto che adoperiamo è omologata per cinque, lui è il sesto e quindi è costretto a prendere la sua. Se andiamo in moto, lui è il terzo. Se prenotiamo al teatro de’ Turbamenti, ci sono solo sei posti e lui è il settimo. Quando a scuola si organizzava la partita di calcetto lui era il nono e allora per togliere occasioni di malcontento s'organizzava sul campo grande ma lui in un attimo si trasformava in dodicesimo. Un uomo insomma che non poteva neanche stare a porta. Quando doveva timbrare il cartellino al Collocamento, il giorno del suo appello semplicemente scompariva: esempio, il 3/2/ si timbra da Abele a Cavanti, il 4/2/ da Cavanze a Scognamiglio, che pure lo avrebbe fatto passare davanti alla fila. Se in vacanza si conoscevano tre ragazze, noi eravamo in quattro e – che lo dico a fare -  chi era il quarto? Insomma, mai che si sapesse cosa fare di Peppe, l'uomo che non perse e ancora oggi non perde un’occasione per rendersi superfluo. Qualche volta ho cercato di riparare il suo destino. Ad esempio, l'ultima volta ho rinunciato ad un concerto di musica stocastica neobalcanica per il quale Max Fantastico si era procurato quattro biglietti gratis, per lasciare il posto a Cavanza... nulla da fare: lui si è presentato in ritardo con un'amica incontrata all'ultimo momento e, naturalmente, il botteghino registrava tutto esaurito. Per non essere scortese con l'amica ha rinunciato allo spettacolo. È uno specialista in regali/doppione: se qualcuno ti regala un libro, stai sicuro che lui si presenta con una seconda copia, con tanto di dedica (quindi non si può manco cambiare). Se sei a corto di amiche, lui te ne procura quattro in un botto (ma noi siamo in due). Se si parla di donne, lui interviene rimembrando un'avventura della sua cagna Giacchino (da anni non ci chiediamo più quali oscure stringhe di comando mettano in moto le sue associazioni di pensiero) e se si parla di cani, gli viene in mente la sua ultima storia di cartelle esattoriali e ce la racconta nei minimi dettagli costi quel che costi. Se ti dà una pacca sulla spalla, è su quella ustionata e se ti stringe la mano, lo fa con una tale cordialità da farti passare ogni voglia di salutarlo per le puntate successive. Se incontra qualcuno che non vede da tempo lascia i saluti per persone morte ormai da anni, e se l’altro risponde “Purtroppo Tizio ci ha lasciato…” lui dopo un attimo d’imbarazzo risponde “Ah, mi dispiace… va beh – riprendendo subito il sorriso – salutalo lo stesso”, tanto per sdrammatizzare, dice. Anche ai funerali ride (in questo caso dice che è la tensione) e ai matrimoni propone brindisi esattamente nel momento in cui qualche invitato si sente male per il caldo o quando tutti stanno per andare via. Lui niente. Va avanti imperterrito, capace di trasformare ogni umano consesso in una comitiva di sconosciuti rinchiusi per sbaglio in una cella frigorifera di quelle per ibernare i manzi in Argentina. Ma è un amico e va bene così.

Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.


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Beniamino ed Eloisa
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 9 maggio 2008
[…] Iniziai a studiare da autodidatta, poi Cicco mi presentò una signora che abita nel palazzo di sua madre. È una vecchia violinista in pensione. Mi ha preso in simpatia e due volte alla settimana, da sette anni a questa parte, mi fa lezione. Cerco di esserle utile riparandole i rubinetti, le maniglie delle porte, il citofono, la sedia a dondolo e tutto quello che c'è da riparare, visto che nessuno le ripara niente. Ha un figlio che vive a Milano e non ha molto tempo da dedicarle ed un marito in fotografia su un vecchio pianoforte a muro marca Wurtzburgensteinoff & Weillermeister (mi pare). Si chiama Eloisa d’Epìtteto e mi ha chiesto di darle del tu. Adora gli animali (Stockhausen il gatto e Uga, una tartaruga che le sere d'estate esce sempre e poi fa tardi) e le barzellette sugli animali, fare scherzi e regalini, inondarsi di acqua di colonia e infarcirsi di cioccolatini al limoncello marca sospiri di Procida. Qualche volta glieli porto ma adesso non più. Una volta ne mangiò talmente tanti che si ubriacò e stette male per dieci giorni e non potemmo fare lezione. Ne fui seccato, visto che quando non posso suonare mi sento impedito nella respirazione, mi viene l'afta e pure i tic. Cicco Angelone che ha sempre una risposta a tutto dice che è autosuggestione e  non lo metto in dubbio ma questo non basta a farmi passare i disturbi. Quando suono invece sto bene, quando sfrego l'archetto sulle corde ben tese e accordate, mi sembra proprio di esistere. Eloisa qualche volta mentre facciamo lezione si addormenta. Non credo per noia, penso che sia il diabete. Allora smetto, me la guardo, le solletico l'orecchio con l'archetto… lei si risveglia, io riprendo più frescobaldo di prima e lei sorride compiaciuta dei miei progressi. A fine lezione beviamo una cedrata per aperitivo, le racconto a rotazione una delle tre barzellette che conosco, lei mi spiega come si prepara un buon sorbetto al limone e se non c'è niente da riparare, ci salutiamo. Lei aspetta che scenda almeno due rampe di scale, poi sento la porta chiudersi lentamente e alle volte mi arriva l'odore della sua acqua di colonia mescolata a quella dei suoi pensieri in ombra. Ogni volta mi chiedo se la rivedrò mai più.


Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.



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Tra Evelina e il violino c’è di mezzo il mare
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 2 maggio 2008

Evelina è voce crema di mirtilli, pensiero nitido e luminoso ed occhi d'animale incantato che all'improvviso si svegliano e pennellano guizzi intorno mentre le mani leggere e sottili sorvolano dando nuovamente vita e luce a cose vecchie, impolverate e sgangherate. Spennella, strofina, ridisegna paziente su antiche icone sacre e mobilia di pregio ma ella è capace di riportare alla luce valore e senso anche a una buccia di limone, a una scatola vuota di fiammiferi, a una lampadina fulminata: è una sua specialità.

Qualche mese dopo che ebbi incrociato per un varco del piccolo caso Evelina, incontrai per gentile concessione del superdio Caso, da un rigattiere, un vecchio violino smantellato e fu ciò che non ha nome a prima vista. Mi chiese in cambio lire in ragione di 50.000 (cinquantamila) e gliele diedi volentieri. Lo strumentino aveva un fianco trafitto e la fascia da rifare. Intuivo in esso qualcosa di prezioso da potere recuperare, non sapevo cosa, poi compresi: la donna della cornice. Ed eccomi di nuovo alla volta della cavernina al 21 di via Compagna…


- C’è nessuno?

- Avanti… oh salve! Di nuovo sbagliato indirizzo?

- No, questa volta sono qui di proposito

- Un’altra cornice?

- Non esattamente. Posso mostrarle una cosa?


Tiro fuori dalla custodia il violino ferito


- Che gliene pare?

- Sta messo maluccio…

- Da gettare?

- Ma no, che gettare

- Si può restaurare?

- Direi proprio di sì

- Sa a chi posso rivolgermi?

- A me

- Restaura anche violini?

- No, ma se si fida…

(Non so esattamente cosa si intenda per fiducia, ma se è quella cosa per cui si prova un’istintiva voglia di adagiare il mondo nelle mani di qualcuno…)

- Qual è il suo nome?

- Evelina…

(ecco, io questa cosa preferisco chiamarla Evelina)

- …e il suo?

- Beniamino. Davvero farebbe una cosa del genere?

- Penso di si… ho bisogno di un po’ di tempo però

- Abbiamo l’eterno davanti…

- In un po’ meno ce la dovrei fare.


Passò un po’ meno dell’eterno, poi un giorno compravo mele quando sento qualcuno di spalle…


- Lo hai abbandonato!

- Eh? (mi volto repentino al suono di voce accarezzante) Evelina! Come stai?

- Io bene. Anche il tuo violino. Quand’è che te lo vieni a ritirare?

Da allora, quel violino, che ha assorbito qualcosa di Evelina, ha un suono che muove le foglie del mio benjamin. E se mi concentro, in certi giorni che il tempo non ha deciso ancora se tirare verso il brutto o il bello e sono in riva al mare, se trovo le cinque note giuste (non sono mai le stesse), vedo sollevarsi piccole onde d'acqua silenziosa.


Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.


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L'amicizia secondo Carmatore
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 26 aprile 2008

Posso dire con ragionevole consapevolezza di essere stato fin dagli esordi alla ricerca di amici. All'inizio era una ricerca selvaggia, priva di un progetto (e tuttora lo è), nel senso che cercavo le persone, senza sapere perché le cercassi. E così ho incontrato una galassia di storie che non sapevo come intrecciare. Forse è solo una questione di orecchio: all'inizio gli intrecci quotidiani sembrano solo casuali accozzaglie di rumori e suoni. Poi man mano che l'orecchio si affina, scorgi ciò che nasconde armonia da ciò che è casuale dissonanza e allora si comincia a dire questo si questo si questo no questo si questo no e questo non so se sia giusto, perché mi piacerebbe se si potesse sempre dire si. Il momento culminante di ogni esistenza dovrebbe essere una grande festa nella quale ritrovare tutte le persone che hai incrociato camminando, tutte, ma proprio tutte, anche quelle viste solo per pochi nanosecondi, guardarsi benevolmente (anche con chi ti ha fatto qualche danno) e dirsi “hai visto? Hai capito com'è che sono andate le cose? Meno male che ci siamo incontrati…”

Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006. 


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Un caso innamoroso di serendipità
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 19 aprile 2008
[…] Poi col tempo ho iniziato ad intuire l’esistenza di un genere femminile che oserei definire “trasversale”… sono donne che non hanno epoca e nemmeno un’età… cambiano le mode, i modi, i sentimenti, le pulsioni ma loro sono lì, presenti come un suono essenziale che non appena cerchi di chiudere anche con un solo aggettivo, ecco che sfuggono ad ogni definizione. Sono anime fluenti, le riconosci dal fatto che non sono riconoscibili se non dal fatto che non sono riconoscibili. Forse sono più di quante non si creda ma proprio perché di rado si lasciano scorgere, di rado ne incontri ma ne basta una sola e le hai poi conosciute e respirate tutte. Io quella che ho incontrato si chiama Evelina e col suo nome adesso chiamo tutto ciò che non può avere nome.

Evelina è un effetto annoso della scarsa perizia di Cicco nel prendere indirizzi a penna. Mi segnalò un giorno il caso di suo cugino Nunzio il fotocopiatore al quale regolarmente smolla – ancora oggi - etti di manoscritti suoi per farseli fotocopiare. Gratis, naturalmente. Così giunse il momento di sdebitarsi. Attraverso le mie capacità riparatorie…

- Beniamino quando hai un momento… (grufola nel portafogli che è un vero portafogli, nel senso che dentro ci tiene solo foglietti smandrappini, poi tira un vecchio biglietto scaduto con annotato a matita un indirizzo illeggibile e me lo porge)

- Che devo fare?

- Dovresti andare a fare visita a mio cugino…

- Perché?

- Si è rotta una vecchia fotocopiatrice e nessuno la riesce a riparare

- E io che dovrei fare?

- La devi riparare!

- Io?

- E chi, io? Dài che ci dobbiamo sdebitare…

- Ti devi sdebitare!

- Fà lo stesso fà lo stesso… è un gioco di reciprocità a largo raggio…

- Cicco, con questa storia della reciprocità a largo raggio mi hai rotto…

- Ripàrati. Dài, quando puoi. Questo è l’indirizzo…

Via Campegna 21… sta scritto 21 o è 31? Grafia di cacca che hai Cicco… scusi il 31? Non esiste 31… allora è ventuno… 27… 25… 23… ventuno! Non mi dà l’idea di essere una fotocopisteria… va beh, entro e chiedo. Che è, un rigattiere? Musica… Gluck, mi pare… Orfeo ed Euridice? Mi pare… C’è nessuno?

- Permesso… buongiorno…

Non c’è risposta. M’inoltro nella cavernina dove nel fondo intravedo una figura in camice, cuffia e mascherina da chirurgo china a strofinare con delicatezza una vecchia cassettiera. Non voglio disturbare… qui Nunzio il fotocopiatore non c’è… vado… di spalle la voce mi raggiunge: è voce donna

- Cerca qualcuno?

- Eh? Si ma… non volevo disturbarla, buongiorno…

Cala la mascherina, via la cuffia ed è un’esplosione di capelli neri…

- Buongiorno a lei

- Cercavo… (chi è che cercavo?)

Pausa. Lunga pausa. Ho il tempo di benedire la pessima grafia di Cicco che suo malgrado mi ha condotto al cospetto di questa piccola folgorazione che adesso mi sorride, poi mi scruta socchiudendo gli occhi, poi sorride ancora…

- Ci conosciamo?

- Ci conosciamo? E sì che ci conosciamo! Ora mi sfugge dove… non saprei… forseeee… (non mi sovviene niente. Invento?)

- Non ha importanza

- No…

- Posso esserle utile?

- Utile? Oh sssi. Cercavo il numero ventuno…

- Il Numero ventuno è questo… chi cerca?

- Cercoo… (leggo) Centro Copie Cornucopio 3000 di Falso Nunzio.

- Non è qui mi dispiace.

- Ne avevo il sospetto… Vabbe’, avranno sbagliato a darmi l’indirizzo… si legge male… la grafia di certa gente… (la folgorazione coglie graziosamente con le sue sottili dita il cicchico biglietto smandrappino che agito nell’aria)

- Permette? (legge e sorride) Ecco l’equivoco. C’è scritto via Campegna, qui siamo in via Compagna

- Sono nel posto sbagliato…

- Direi

Direi di no. Cicco, suo malgrado, mi ha dato un indirizzo giusto. Mi dispiace per Nunzio il fotocopista. Come posso prolungare la mia presenza al cospetto di colei? Non posso.

- Va bene così

- Se lo dice lei

- Scusi ancora il disturbo

- Nessun disturbo

- Allora… le auguro una bella giornata

- Anche a lei

- Vado…

Vado vado vado… ma dove vado che sono al posto giusto? Vado… aspetta! Qui magari la trovo… la cerco da una vita e non la trovo…

- Vendete cornici?

- Cornici?

- Cornici, cornici!


Ella avanza esitante nel passo quanto nella risposta

- ...No...

- Peccato… allora… di nuovo…

Sto per varcare l’uscio, quando la donna, inaspettatamente…

- Aspetti!

- (anche un eterno, se vuoi)

Appesa a un dito ha la cornice

- Questa le andrebbe bene?

- Perfetta… (davvero, è perfetta, in forma e misura)

- Le piace?

- Moltissimo. È proprio lei… Quanto le devo?

- Niente

- Perché niente?

- Perché non vendo cornici… questo è un pezzo che mi ha lasciato una cliente… gliela regalo.

- Mi mette in imbarazzo…

- Perché imbarazzo? La cornice con lei ha trovato un valore e il suo errore di lettura le ha fatto trovare una cornice… è un bel cerchio, no?

Così, il primo fiorire di Evelina nei miei giorni si lega all’immagine di un cerchio e alla cornice per la foto dei miei amici, in un giorno di allegrezza, al podere di nonno Oreste. Che nome si può dare ad una cosa bella e musicale come questa?



Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.

Il gioco delle parti secondo Carmatore
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 12 aprile 2008
[…] Secondo me Cicco Angelone è un genio. Lui fa il professore di educazione fisica in una scuola di frontiera ma avrebbe voluto fare lo scrittore. Per questo ha letto e scritto molto. Ha scritto a quasi tutti gli editori e alcuni gli hanno anche risposto. Abbiamo apprezzato molto la sua interessante proposta che tuttavia non rientra nei nostri progetti editoriali. Altri invece gli hanno detto che erano molto impressionati dal suo libro e che erano intenzionati a pubblicarlo ma che tuttavia l'operazione necessitava di un contributo da parte dell'autore, che si sarebbe dovuto impegnare ad acquistare 2.000 (duemila) copie del libro al prezzo scontato di euro 5.000 (cinquemila) IVA elusa…

- Cicco, cosa te ne farai di duemila copie del tuo libro?

- Effettivamente... non avrò mai il tempo di leggermele tutte...

Così si è convinto e ha rinunciato a pubblicare.

Insomma, ciascuno di noi deve fare i conti con qualche pezzo di destino incompiuto ma questo non è, alla fine, un gran male. Ogni giorno ti alzi e se ti guardi intorno trovi duecento motivi per ritornare a letto rimpinzandoti di barbiturici ed altrettanti per scendere le scale saltellando e pensando che qualcosa di superbo stia per accadere. Insomma la storia del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno. Solo che io non guardo se è pieno o se è vuoto, piuttosto guardo come è fatto il bicchiere, me ne gusto i riflessi, mi chiedo chi lo ha fatto, quante bocche ha conosciuto, quanti liquidi ha ospitato, lo porto all’orecchio per sentirne l’eco di conchiglia, ne sfioro i bordi umidi per tirarne fuori una nota cristallina (magari un LA peretto), aggiungendo e togliendo l’acqua necessaria a questo… e questo a volte mi fa sentire solo, perché, di norma, del bicchiere ci si limita a vedere solo se è mezzo vuoto o mezzo pieno, quasi come se in ogni cosa si sia obbligati a scegliere, di due parti, soltanto una. Essere pessimista oppure ottimista, buonista o cattivista, insomma si deve semplificare e scegliere un ista altrimenti non ti si riconosce. Non che sia un gran male. Meglio non farsi riconoscere piuttosto che vedere gli isti che si sbranano tra loro da mane a sera, fino all’eroico televisivo. A volte mi chiedo se fanno sul serio. Fate sul serio? Credono davvero ai loro ismi oppure è solo un gioco delle parti? Oppure? A me piace il gioco delle parti ma è un gioco e come tale, oltre misura giusta mi procura flautolenza d’animo. Mi piace cambiare continuamente parte, esplorare, capire, vedere e sentire le cose dal punto di vista delle parti altrui, perché questo mi serve per guardare le mie ragioni dal di fuori e magari scoprire che sono banali torti, oppure inedite intuizioni ma questo, evidentemente, non è il funzionamento naturale del sistema (massimo o minimo che sia). Troppo costoso in termini d’impegno estetico.

Ed anche capire dov'è che stia il bene e dove il male non è mica bruscolini. Basta che cambi un pizzico l'angolazione di veduta e scopri che dietro un crimine può esserci un’intenzione santa o viceversa, dietro un evento che sembra propiziatorio, la peggiore delle jatture. Questa sarà pure una considerazione banale ma ha delle conseguenze devastanti sulla nostra funzione speratoria. Perché se sai che ogni cosa ti si può girare in un nanosecondo sotto gli occhi come isterica frittata, diventa difficile anche sperare questa o quella cosa, perché una volta che accade, non sai mai dove ti può portare. Dunque non conviene sperare, conviene vivere e cercare di giocare al meglio il momento che passa (così poi non passa), e magari giocare a prevedere la mossa successiva… cosa impegnativa, perché a muovere i pezzi sono in tanti. E soprattutto, scambiarsi ogni tanto le parti. E nel frattempo inventarne altre. Altro che bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno.



Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA perfetto, 2006.


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permalink | inviato da ubumax il 12/4/2008 alle 23:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
L'istinto dosatore
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 5 aprile 2008
L'altro giorno Eloisa ha tirato fuori il suo Guarnèri. Pensavo che mi prendesse in giro e invece ce l'ha davvero. Un Guarnèri... quando ha aperto l'astuccio mi sono sentito quasi male... un Guarnèri... me lo ha porto con le mani tremolanti da Parkinsoniana esperta e l'idea che potesse cadere a terra mi ha provocato un brivido d'indicibile emozione. Trent’anni anni che non lo toccava, trent’anni quel gioiello di liuteria italiana chiuso in un armadio fragrante di lavanda. Dio conservi la splendida incoscienza di questa nobildonna, che con una pensione da euro 600 (seicento) si concede il lusso di conservare nel buio di un cassetto uno strumento del valore, forse, di circa tre miliardi di vecchie lire. Non mi ha voluto dire come fosse venuta in possesso di quel tesoro. Si divertiva a fare la giovinetta bizzosa lasciandomi immaginare storie di ogni genere. Appena ho toccato il Guarnèri, una scossa calda mi è salita lungo il braccio penetrandomi nel setto nasale e trafiggendomi la ghiandola pineale: era tenere il Graal tra le mani. Un mito è un mito e quando ci entri in contatto fisico, se non sei forte ci puoi anche restare azzeccato. Ho pizzicato le corde di minugia e la prima è subito schizzata ma Eloisa non si è scomposta, annuiva col capo (sempre da Parkinsoniana) e sorridendo ha tirato fuori dal cassetto una vergine, preziosissima muta "Strad" senza dire una parola e senza dire una parola ho aperto la bustina e mi sono messo all'opera. Mai riparato niente di più prezioso in vita mia. E non sto parlando di soldi. Messa su la prima corda, contagiato forse dal tremore di Eloisa ho proceduto tremando a dare via via alle corde la giusta iniziale tensione, tanto per tenere su ponticello e reggicorde…

A proposito, quella storia di Paganini che preso da fervore virtuoso spezza tutte le corde del violino e finisce il concerto suonandone solo una, è una grossa bufala di Mondraghetto, visto che se almeno due corde, possibilmente distanti tra loro, non restano al loro posto, il ponticello cade ed il violino si smonta fra le mani. È un equilibrio di forze precario che regge tutto il sistema, come sempre. Lo dice anche Max Fantastico.

Insomma finito il lavoro, ho tirato fuori il mio accordatore elettronico, di quelli che ti tirano dietro ad euro 5 (cinque) quando passi fuori a un negozio di strumenti musicali. Eloisa per un attimo ha smesso di tremare e severa mi ha guardato:

- Che devi fare con quel congegnino?

- Come che devo fare... accordo, no?

- Accordalo a orecchio

- A orecchio?

- Lasciati guidare, ascolta…

Intuisco che qualcosa d'eccitante sta per accadere. Imbraccio il violino... appena accostato al mento un profumo di resine ignote mi ha accarezzato… l’alito del mondo mi ha sfiorato il viso. Un attimo, l'archetto: un vecchio lamì con la punta a forma di prua di piroscafo, leggero ma talmente leggero da inclinarsi al peso di una farfalla. Due, tre colpi di alto-basso alla seconda corda, col riccio appoggiato sul leggìo ruotavo il pirolo... poi l'ho sentito, ne ero certo. Era lui. Ho tirato fuori l'accordatore elettronico sotto lo sguardo compiaciuto di Eloisa da esperimento riuscito… 440 hz, 0% di deviazione: il LA perfetto.

Non so spiegarmelo ma ho sentito un nodo al naso, come un'allergia improvvisa. Il mito, la leggenda che diventa realtà sotto il mio muso. Un violino che sa, che sa, che non pensa ma che sa e te lo comunica con un una nota, che non sai come fa ma lo fa, una nota che arriva, ti ferma la mano e ti dice: "va bene così, ci sei, puoi fermarti".



Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA Perfetto, 2006


Giochi a somma esponenziale
post pubblicato in IL LA PERFETTO, il 5 aprile 2008
[…] C'è una cosa però che trovo veramente spiacevole ma evidentemente fa parte della natura a controcanto delle cose e quindi non è riparabile, perché suona proprio così. È quando la perdita di alcuni produce guadagni per altri… Oppure viceversa. Cicco li chiama “giochi a somma zero”, il che mi fa pensare che non valgano niente. Penso a Carlo Martellone, che l'altro giorno, mentre gli salvavo un file che stava per annegare, mi spiegava tutto soddisfone di come è riuscito in tre anni a ridurre i costi di produzione della sua fabbrica La Pomoduria Novella: ha acquistato una macchina d’inscatolamento che funziona con quattro persone solo, le altre dieci le ha licenziate. Adesso il suo pelato ha un prezzo ancora più concorrenziale ed una qualità superiore (a detta sua risparmia sulla manodopera e investe in qualità della materia prima) tutto a vantaggio dei consumatori, diceva convinto ed io pensavo sì ma i dieci che hai licenziato? Non sono a loro volta dei consumatori? Lui ha letto i sottotitoli che mi scorrevano sulla fronte…

- Certo, mi dispiace per loro… con la concorrenza che mi alita sul collo e che se ne inventa una ogni giorno per abbassare il prezzo… lei che avrebbe fatto?

- Lei chi?

- Lei, Carmatore!

- Io? Non lo so… avrei parlato con la concorrenza… avrei proposto di lavorare in un clima più cooperativo, senza alzare il tiro in continuazione, magari guardando gli interessi di tutti, produttori, consumatori, lavoratori… che poi sono sempre le stesse persone… no? Non si può fare così?

- Come!

- Ecco…

- Ah, caro Carmatore… ma dove vive!

- Io? Calata Frescobaldi 25…

- Bravo. Lei vivrà cento anni! Lei è un uomo contento…

- Ci tento. Ho un portiere molto gentile che alle volte mi fa trovare anche la posta e certe volte mi legge le sue poesie. E i dieci licenziati che fanno adesso?

- E che ne so.

- E… va bene così?

- Va male per loro, bene per altri... Poi d'altro canto se le tecnologie vanno avanti… bene per tutti: consentono agli uomini di risparmiarsi lavori da bestie

- Questo è vero…

- E poi le nuove macchine vanno acquistate, perché altrimenti, se poi non si vendono, quelli che le producono devono poi licenziare, le pare?

Ed anche questo è vero. Tuberi, che… che trama complessa. Comunque vadano le cose, c'è sempre qualcuno che va bene e qualcun altro che va male. Somma zero. Va bene così. L'importante è che almeno si faccia a turno e che i turni siano brevi, altrimenti si comincia a credere di essere perdenti o vincenti assoluti. E certi assoluti fanno male alla testa. Che si faccia a turno…

- … e allora, cominci a contribuire anche lei alle nuove assunzioni: questo computer si è fatto troppo vecchio ed anche questa stampante, non vale la pena ripararla… si metta l’animo in pace e compri tutto nuovo che è meglio, caro signor Martellone. Euro cento per la chiamata. Grazie.



Cicco dice che, in realtà, ci sarebbe un sistema per uscire dal circolo vizioso del dare e dell’avere, dal gioco a somma zero, insomma.

- Basterebbe praticare l’esercizio del dono per il dono…

- Cioè?

- Molto semplice. Di norma, ogni dono che facciamo è naturalmente legato all’intenzione di donare e all’attesa della restituzione, dunque anche il dono è costretto nel circolo vizioso del dare e dell’avere. Il dono per il dono, invece, della reciprocità non gliene frega niente…

- È quello che pratichi di norma, Cicco…

- Benozzo… come il tabacco, il dono, per essere un dono, deve andare in fumo… ce l’hai una cicca?

- Non fumo… (vent’anni che non fumo e lui ci prova sempre)

- … e se davvero si riuscisse a spezzare la prevedibile simmetria del dare avere… si spalancherebbero le porte alla reciprocità a largo raggio.

- Sarebbe ‘sta reciprocità a largo raggio?

- Sarebbe? Tu mi dai una cosa, ed io non ti do niente in cambio

- Dov’è la novità?

- Se io ti restituissi, il circuito si chiuderebbe e buonanotte. Invece se io non restituisco a te, resto nell’ottica del debitore, ed ogni volta che incontro qualcuno sul cammino, sono propenso a dare perché a ricevere ho già ricevuto. Ora immagina se tutti ragionassero in questo modo…

- … il gioco non sarebbe a somma zero…

- Bravo Benozzo. Sarebbe a crescita esponenziale.

Insomma Cicco, il fatto che tu non mi restituisca mai le cose che ti presto dovrebbe rendermi felice perché fa di te un uomo migliore? Che dirti… sei un amico e ti credo. Prendo nota e passo avanti.



Massimo Maraviglia e Nico Di Fiore, Il LA Perfetto, 2006.






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